cultura
settembre 2015

La valigia diplomatica di Tinto Brass

Stefano Migliore

La storia del metano si intreccia con la storia del cinema. Tra gli episodi più interessanti vi è la realizzazione di un documentario sul metano commissionato da Enrico Mattei a Joris Ivens, uno tra i cineasti più originali ed anticonvenzionali dell’epocaNell’estate del 1959 Valentino Orsini è incaricato da Enrico Mattei di rintracciare Joris Ivens, cineasta olandese, per realizzare un grande film sull’eni.

Un’operazione che di per sé non ha nulla di eclatante, se non fosse che Enrico Mattei è un produttore più che sui generis, essendo all’epoca il più importante imprenditore italiano. La scelta di Ivens era già di per sé una notizia: autore sperimentale, apertamente schierato politicamente e forte di un cinema che ha testimoniato le grandi rivoluzioni culturali del suo tempo, dalla Spagna alla Cina; collabora con Orson Wells, Ernest Hemingway, Sidney Lumet. Un regista che pur essendo dichiaratamente anti fascista e comunista, era comunque invitato a presentare i suoi film anche alla Casa Bianca.09 copie film @ Nederlands Filmmuseum

Per la prima volta l’eni convoca un autore affermato per una produzione che potesse superare, in termini di creatività, i precedenti documentari a vocazione promozionale, più vicini all’estetica del cinegiornale piuttosto che al mondo dell’arte.

A Venezia

Il giovane Orsini fu entusiasta dell’incarico ottenuto: avrebbe sicuramente dovuto intraprendere un lungo viaggio alla ricerca dell’autore, impegnato ad immortalare chissà quali eroiche gesta nel mondo.

Ivens si trovava in realtà a Venezia, in qualità di giurato della Mostra del Cinema. Rimase non tanto colpito dalla vicenda narrata da Orsini, quanto sedotto, come riporta il saggio di Stefano Missio, che su questa vicenda ha girato il bellissimo documentario “Quando l’Italia non era un paese povero”.L’Italia non è un paese povero

Il monopolio delle “sette sorelle”, un imprenditore atipico cerca di contrastarlo, in un paese che si affaccia all’industrializzazione del dopoguerra, la scoperta di preziosi giacimenti di gas metano; l’opinione pubblica si mette di traverso con l’appoggio della politica ma il mito del boom avanza. Tutti elementi che convinsero Ivens ad accettare questo film, che avrebbe dovuto intitolarsi “Il giardino d’Italia”.

Un approccio inedito

Al regista vennero affiancati per la realizzazione due giovani fratelli: Paolo e Vittorio Taviani. Alberto Moravia fu incaricato della stesura di un testo di accompagnamento e Ivens fece richiesta di avere al suo fianco un assistente che aveva già lavorato con lui a Parigi per un film su Chagall: Giovanni Brass, detto Tinto. Mattei incontra Ivens, fiducioso dello sguardo esterno e allo stesso tempo colto che il regista avrebbe potuto avere sul bel paese.

Il film era strutturato in tre episodi: I fuochi della Val Padana, Le Due Città, Appuntamento a Gela, e prevedeva un montaggio destinato al pubblico televisivo e uno per il cinema, il titolo definitivo divenne “L’Italia non è un paese povero”.

La verve autoriale di Ivens non tarda a manifestarsi. Già nelle fasi della stesura della sceneggiatura l’autore impone un approccio inedito, concentrandosi sulla storia di un bambino che sogna di volare, piuttosto che sulle tecniche della lavorazione del metano. Bellissima la sequenza in cui i prodigi dei sistemi di estrazione diventano una traduzione per immagini del sogno.

“Io voglio fare un circo” fu la spiazzante dichiarazione di Ivens alla sua squadra, svelando un piccolo grande segreto del cinema. Girare un film significa sempre avere un’idea di base, che spesso è un’iperbolica visione del soggetto, una suggestione che ne guida tutte le fasi della realizzazione.

Valentino Orsini
Valentino Orsini

 

Un film politico

L’opera inizia a prendere forma, Ivens è dedicato anima e corpo al progetto, avendo avuto da Mattei carta bianca.

Viene coinvolto anche Paul Campani, padre putativo di Carosello, nella realizzazione di alcune scene animate e si utilizza per la prima volta un elicottero per riprese aeree. Poco importa se il mezzo impiegato, un elicottero a pistoni dell’eni, rese impossibile l’utilizzo di molte di queste immagini a causa delle forti vibrazioni.

Ne riesce un film complesso, di grande rigore formale, di cui Ivens era maestro. Un lucido esempio di come il cinema possa essere testimone di eventi storici con gli strumenti della poesia, oltre che un attualissimo strumento di discussione sul cinema di finzione e non, dal momento che si tratta di un documentario strutturato con personaggi e trama fuori dagli schemi. Ivens raccolse questa sfida con il chiaro intento di realizzare un film “frontale”, con una forte presa di posizione politica, come era chiara intenzione di Mattei: scardinare o quantomeno minare l’accanimento politico e mediatico perpetrato nei suoi confronti.

Stefano Missio e Tinto Brass
Stefano Missio e Tinto Brass

L’ultima copia esistente

Siamo nell’estate del 1960. Oltre alle Olimpiadi a Roma, in Italia succede ben altro, e il lavoro di Ivens non viene accolto con il successo sperato. Il consenso di Mattei vacillava e non potè seguire le vicende del film, che la Rai mandò in onda con i tre episodi manomessi e rimontati, con un commento diverso da quello redatto da Moravia e senza alcun sostegno promozionale. Ivens sospese il montaggio per la versione cinematografica, e c’è chi racconta che pianse davanti ai produttori Rai che gli negarono anche la copia personale del lavoro televisivo, perché non ottenne il visto censura. Come spesso accade per gli artisti di avanguardia, non era il momento per il film di Ivens, di cui si perse traccia fino agli anni ‘90, quando Missio scopre che Brass, grazie ad una valigia diplomatica che aveva in uso come dipendente della Cinémathèque Française, riuscì a portare fuori dall’Italia una copia del film senza passare dai controlli doganali.

Daniele Vicari ha ripercorso i luoghi del film di Ivens nel documentario “Il mio paese” che ha presentato al Festival del Cinema di Venezia nel 2006
Daniele Vicari ha ripercorso i luoghi del film di Ivens nel documentario “Il mio paese”
che ha presentato al Festival del Cinema di Venezia nel 2006

Una piccola trasgressione che salvò di fatto il film nella sua versione televisiva, che fu depositata nell’archivio del Museo del Cinema di Amsterdam. Forse non vedremo mai il film come avrebbe dovuto essere, ma sulla scia di Godard, che preferisce parlare di storie del cinema piuttosto che di storia del cinema, ecco un bellissimo esempio di come l’arte sia in grado di dialogare su grandi distanze, anche temporali. Oltre quarant’anni dopo, Daniele Vicari ripercorre i luoghi del film di Ivens, con il suo documentario “Il mio paese”, presentato a Venezia nel 2006.

Lo sforzo di Ivens, in definitva, è stato tutt’altro che invano.