cultura
febbraio 2015

Al cinema i poeti del metano

Stefano Migliore

“Alta Italia. Dove il Po si allarga placido nella pianura e confonde il vapore delle acque con la linea dell’orizzonte, gli uomini hanno trivellato le profondità della terra alla ricerca di un tesoro nascosto: il metano”Siamo nel 1952 e a Cortemaggiore, provincia di Piacenza, si è da poco inaugurato un impianto di estrazione del metano. Quale arte, se non quella cinematografica, può essere la delegata per celebrare l’evento?

“Accanto all’antico mondo rustico, sorgono i castelli di ferro delle sonde/ alti come gli obelischi di un mondo nuovo…”. Il linguaggio adottato è parte integrante, per non dire fondante, di questa operazione filmica che oggi costituisce un patrimonio inestimabile di testimonianza del nostro passato industriale, tutelato dall’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa e consultabile gratuitamente su internet, non solo come valore tecnologico, ma soprattutto sociale e culturale. 

 

Una suggestione

L’ampollosità con cui i dati tecnici sono esposti dichiara l’intento principe di questa e di molte altre produzioni dell’epoca. Non tanto informare, piuttosto l’obiettivo è creare nello spettatore una suggestione, un sogno che si realizza, con la tecnologia. le-vie-del-metano-uComplice e fautore di questa impostazione pedagogica e celebrativa è l’autore del soggetto, Vittorio Zincone, giornalista ed esponente di spicco del Partito Liberale Italiano, nonché ex direttore de Il Resto del Carlino di Bologna. Non è certo un caso isolato quello di Magnaghi, che del cinema d’impresa fece un’arte. Realizzò fra gli altri anche un documentario sulla Montecatini, azienda che Guido Donegani portò dalle campagne alla metropoli, dal rame alla plastica. Il film è inoltre impreziosito dal contributo testuale di due eminenti firme del giornalismo italiano: Enzo Biagi e Sergio Zavoli. Magnaghi quindi riesce a trasformare, da artista, la nebbia della Val Padana in un paesaggio metafisico in cui l’intervento di quelli che Zincone definisce “i nuovi ed entusiasti pionieri dell’industria italiana”, si eleva a documentario, in cui è l’autore a plasmare la materia circostante, la realtà, in qualcosa di superiore, grazie agli strumenti del cinema.

 

Al lavoro

Il breve documentario passa poi in rassegna tutti i possibili luoghi di impiego del nuovo combustibile italiano, dalla mensa scolastica a diverse realtà industriali di un’Italia povera, ma laboriosa.

Accanto a “Le vie del Metano” troviamo diverse altre produzioni incentrate sul nuovo combustibile. “Attenzione: Metano!”, firmato nello stesso anno da Franco Salvi, autore del quale si hanno poche notizie, si concentra maggiormente sui vantaggi della sostituzione del metano al carbone, mostrando alcune fabbriche al lavoro, mantenendo uno stile filmico più vicino al cinegiornale. Interessante notare anche come questo cortometraggio porti avanti un costante riferimento alla situazione degli Stati Uniti, come a sottolineare che l’Italia non è da meno rispetto il colosso d’oltreoceano, ma anzi esiste una collaborazione tecnica tra i due paesi per cui spesso, dove si installava un impianto di estrazione, era presente anche un tecnico americano. Facilmente riconoscibile nel documentario. È quello con il cappello da cow boy.

Posa-metanodotto-CorteDi ben altra levatura è la produzione di Virgilio Sabel, “Le Ricerche del Metano e del Petrolio”. Si tratta di una fotografia più matura e ancora più lontana dal formalismo del cine giornale, oltre a una serie di brillanti intuizioni di effetti speciali e animazioni grafiche firmate da Giovanni Fontana e Manlio Prat, che si inventano un mondo primordiale utilizzando, ad esempio, un semplice acquario, nel quale gettando materiali sabbiosi, Sabel dà l’impressione di trovarsi nelle profondità del mare, all’alba della civiltà.

La ricerca è documentata con precisione, dalla teoria geofisica fino alle tecniche di individuazione dei giacimenti; Sabel usa il mezzo cinematografico con consapevolezza, entrando nel dettaglio con rigore e mantenendo un ritmo serrato, per cui la vocazione del film non è più tanto celebrativa, quanto narrativa e divulgativa allo stesso tempo, un lavoro che il regista cura con attenzione, con il risultato di ottenere un’importante testimonianza del grado di sviluppo tecnologico dell’epoca.

Tra i titoli di testa, inoltre, spicca nel ruolo di organizzatore generale Fulvio Lucisano, importantissimo produttore italiano che dopo aver collaborato a questa e molte altre produzioni documentarie per l’Istituto Luce, fonda la Italian International Film con cui produce centinaia di film.

 

Il metano è umano

Virgilio Sabel ha poi continuato la sua carriera di autore cinematografico, dedicandosi con particolare attenzione al cinema di ricerca. Sue molte inchieste per la Rai, tra cui un documentario sui dialetti italiani e due interessanti esperimenti di video inchiesta su temi della sessualità. Nei primi anni sessanta il suo “In Italia si chiama Amore” fu parzialmente trasmesso dalla televisione, rompendo di fatto un tabù. Da segnalare, infine, l’epicità con cui nel film di Sabel viene dipinto il metano, a cui addirittura Zincone riconosce caratteristiche umane: “il metano cammina da solo, basta costruirgli una via. Basta cercarlo nelle viscere della terra e domandargli che vada dove gli uomini lo vogliono. Artemide, laborioso e fedele”.

Tra i tanti difetti, in fantasia gli italiani non sono secondi a nessuno.