cultura
maggio 2016

La via del petrolio, secondo Bertolucci

Stefano Migliore

Anno 1967. Da qualche parte, nel mondo, decolla il primo Boeing 747, 400 milioni di persone assistono alla prima trasmissione in mondovisione. In Iran siamo invece nell’anno 1344, 626 anni indietro rispetto al nostro calendario. Così ci avverte, con la sua voce fuori campo, Bernardo Bertolucci, nella sua prima e unica opera documentaria, una trilogia intitolata
“La via del petrolio”
Dopo quella che potremmo definire un’autentica saga sul miracolo energetico e l’arrivo del gas metano nelle abitudini degli italiani, così come nell’immaginario nazional popolare, è ancora una volta l’Ente Nazionale Idrocarburi a mettersi in gioco e a dare dimostrazione di come il mondo della cultura e della creatività abbiano bisogno l’uno dell’altra. L’idea nasce da una conversazione tra Franco Briatico, responsabile della comunicazione di Eni, e Bertolucci padre, Attilio, poeta e giornalista, allora direttore del “Gatto Selvatico”, rotocalco di attualità pubblicato sempre dal colosso italiano.

 

Qualcosa di nuovo

Insieme alla Rai, si decide di produrre qualcosa di cinematografico, qualcosa che superasse le precedenti produzioni che, per quanto epiche e animate da spiriti che andavano ben oltre il semplice amor di patria, avevano forse esaurito il filone, mentre l’orizzonte andava allargandosi oltre i confini nazionali, verso la globalizzazione.La via del petrolio, secondo Bertolucci 2

Bertolucci, con già alle spalle due lungometraggi (Commare Secca, 1962 e Prima della Rivoluzione, 1964), si cimenta per la prima volta con il cinema documentario, e lo fa più da antropologo che da regista su commissione.

La cinepresa si sofferma più volte sui chador delle donne, sugli sguardi dei bambini, a cui Bertolucci dedica il film; sul viavai quotidiano dei bazar, dove piccoli uomini portano sulla schiena grandi quantità di stoffe. Qui l’autore si interroga in maniera abbastanza sibillina, definendo contraddittorio non tanto il suo lavoro, quanto la presenza di un livello di industrializzazione così avanzato in un paese che per il resto sembra fermo al medioevo.

 

Sguardo in camera

“Bisogna girare molto qui. Impressionare molta pellicola, perché qui nel bazar, nasce la piccola sequenza della contraddizione. Ce lo dice guardando in macchina la bambina che tutti i giorni apre la processione, mentre l’operatore ritorna allo zoom di tutti i giorni”.

La via del petrolio, secondo Bertolucci 3Con queste parole Bertolucci accompagna l’immagine di una bambina con un lungo abito scuro che si allontana rapida dal bazar e dalla macchina da presa, senza poter resistere dal volgere lo sguardo più volte verso la camera, verso quella macchina che non ha mai visto in vita sua, ma che è puntata su di lei. Il suo è un misto di stupore e curiosità, non senza timori.

Si alternano nella narrazione le parole di Eschilo e di Melville,  di Marco Polo e degli operai che vivono in queste oasi tecnologiche, in un flusso che arricchisce questo prezioso film.

 

Si lavora insieme

É già in atto un processo di integrazione tra la popolazione locale e i tecnici italiani in trasferta, alcuni persiani lavorano insieme agli italiani; li vediamo incamminarsi insieme verso la mensa, luogo dedicato allo svago e al relax, dove non si parla di lavoro se non in circostanze straordinarie. Dopo questa incursione, ci troviamo negli spazi di un giacimento a oltre 3.000 metri sul livello del mare. Poco lontano siamo ancora nell’incontaminato Iran: la macellazione di un bovino darà da mangiare per tutto l’inverno alla famiglia che sta preparando la carne per la conservazione.

Poi, d’improvviso, è notte. Un operaio spara nel cielo nero alcuni razzi luminosi, sembrano fuochi artificiali degni di qualsiasi santo patrono delle innumerevoli province italiane, ma sono in realtà dispositivi che hanno la funzione di bruciare i gas delle trivellazioni.

 

La via del petrolio, secondo Bertolucci 5

 

Le origini

Spicca, nella trilogia della “via del petrolio”, la grande libertà formale e narrativa, anche nella colonna sonora, che si muove naturalmente tra musiche tradizionali orientali e moderne composizioni sperimentali. Il talento di Bertolucci fa sembrare naturalmente ovvio, facendo sfigurare il nostro stupore, che un grande ente industriale si affidi a pieno nelle mani di un giovane artista, per raccontare il percorso del petrolio dal medio oriente fino ai serbatoi delle automobili europee.

Il primo capitolo, “le origini”, è quindi un poetico compendio di storia del medio oriente, a partire dalla diffusione del culto del fuoco predicato da Zarathustra: il popolo iraniano non teme le alte fiamme dei pozzi, dal momento che già da millenni è diffuso il culto zoroastriano del fuoco, con i suoi templi. Il più antico è datato intorno al III sec a.C. In questo ambiente storico potrebbe far sorridere un accento veneto o emiliano sullo sfondo del deserto, eppure Bertolucci riesce a esaltare e a fare diventare poesia anche il semplice racconto di un operaio emiliano, la cui voce sembra compenetrarsi nel racconto millenario della Persia, tra Eschilo e Zarathustra, un racconto mitico di lunghe e faticose assenze da casa, anche fino a un anno. Uno dei primi testimoni racconta di come il figlio non lo riconobbe al suo ritorno, e della sua emozione, dopo mesi di giallo desertico, di incontrare di nuovo il verde della flora italiana.

La via del petrolio, secondo Bertolucci 4

Nuovi miracoli

Il secondo capitolo risente della mancanza di una materia come quella della terra persiana, trattandosi del viaggio in nave verso l’Europa, dal Golfo persico a Genova: “oltre a fare delle “belle immagini”, non c’era molto altro da raccontare!” confessa Bernardo sorridendo, a distanza di quarant’anni, in occasione del premio alla carriera assegnatogli al Festival di Venezia nel 2007. In concomitanza con questo importante riconoscimento, la trilogia è stata oggetto di un importante restauro digitale e presentata al pubblico del festival.

Il viaggio riacquista una certa verve con il terzo capitolo, seguendo il percorso del petrolio per il continente tramite oleodotto con un protagonista d’eccezione, il poeta argentino Mario Trejo. È il suo sguardo di straniero a fare da lente d’ingrandimento per esplorare questi nuovi miracoli della tecnica. Il poeta si muove con una certa ironia tra i monti della Val d’Aosta, dove un imponente intervento di installazione di oleodotti ha permesso al petrolio di viaggiare sfruttando la pendenza delle Alpi.

È importante rivedere oggi questi tre brevi film, oltre che per ragioni culturali, sicuramente per la curiosità di poter riconoscere il talento di un regista premio oscar che si cimenta con una forma di cinema altra, e proprio con il concetto di alterità, dell’altro: Bertolucci si è misurato, sia in termini formali che in termini produttivi, con un oriente che con tutta probabilità non aveva mai viaggiato, ma solo letto sui libri. E lo fa con un grande rispetto.